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La mostra Nudo! Tesori del Museo delle Antichità di Basilea riassume i principali motivi per cui nell’arte antica veniva rappresentata la nudità, suddividendoli in sei sezioni:

Fertile!
Incivile!
Civilizzata!
Legittimata!
Impudente!
Innocente!

Nelle raffigurazioni di figure mitologiche, la nudità assume ogni volta un significato diverso, legato anche alle storie dei vari personaggi. Vediamone alcune, in questo approfondimento curato da Alessandra Scalvini.

Fertile!

Idolo di Tell Halaf

Quello della fertilità è un contesto in cui la figura femminile è sempre potuta apparire senza veli. Le statuette raffiguranti corpi nudi, principalmente femminili, servivano a invocare prosperità e fecondità dei campi, degli armenti e delle donne. Si veneravano le dee della fertilità per propiziarsi buoni raccolti e una numerose prole. Alcune caratteristiche, come un seno pieno, larghi fianchi, grandi cosce e natiche prominenti, erano considerate segni di un corpo prolifico e produttivo e quindi si ritrovano spesso rappresentate sugli idoli e le figure di culto.

La statua di Artemide Efesia presente in mostra si rifà a un particolare culto praticato a Efeso, sul Mar Egeo. Là si trovava il più famoso tempio dedicato a questa divinità, annoverato tra le sette meraviglie del mondo. La dea cacciatrice, divinità della natura e delle fiere, che generalmente è raffigurata come una giovane alta e snella, dalla bellezza austera, armata di arco e frecce, qui indossa invece un chitone stretto legato con una cintura e decorato con leoni, grifi, cavalli e segni zodiacali. All’altezza del ventre spiccano file di scroti di toro (prima si riteneva fossero mammelle), animale che le veniva sacrificato in quanto simbolo di fecondità. È evidente il richiamo alla funzione della dea come protettrice della fertilità della terra e degli armenti.

La figura di Baubo era invece connessa ai Misteri Eleusini, cerimonie sacre celebrate ad Eleusi, una cittadina dell’Attica. Avevano lo scopo di propiziare la fertilità della terra e traevano origine dal mito del rapimento di Persefone, figlia di Demetra, da parte di Ade, dio degli Inferi (per gli antichi romani: Proserpina, Cerere e Plutone). Demetra, disperata per la perdita della fanciulla e decisa a punire gli dei e gli uomini per questo affronto, rese aridi e sterili i campi. Grazie all’intervento di Zeus, Demetra e Ade trovarono un accordo: Persefone avrebbe trascorso il freddo e arido inverno nell’oltretomba, e il periodo che va dalla primavera all’autunno sulla Terra con la madre, la quale in quei mesi avrebbe reso nuovamente fecondi i campi. Ma prima di scoprire l’identità del rapitore e dove fosse stata condotta Persefone, Demetra vagò disperata alla ricerca della fanciulla. Giunta a Eleusi insieme al figlio Iacco (per alcuni forse Dioniso), si imbatté in Baubo. La donna, vedendo la sofferenza della dea che aveva smesso anche di mangiare per il dolore, le offrì senza successo una tazza d’orzo. Per alleviare le sue pene, provò allora a farla ridere mostrando la propria vagina. Questo gesto fece divertire molto Iacco, così anche Demetra scoppiò in una grande risata e alla fine accettò persino di mangiare. In alcune fonti Baubo è descritta come una vecchia, in altre come una donna priva di testa e capace di parlare tramite la vagina.

Incivile!

Venivano raffigurati nudi nemici e prigionieri che, in quanto tali, erano ritenuti sempre barbari e vili. Ina questo modo la loro nudità serviva a sottolineare il loro status selvaggio e inferiore.
Anche le creature mitologiche caratterizzate da un’indole impulsiva, bestiale, brutale e passionale erano raffigurate senza vesti.

Era raffigurato nudo Pan (“il tutto”), figlio di Ermes, protettore dei pastori, delle greggi, dei boschi, dei prati e delle mandrie. Pan aveva piedi, gambe e corna di caprone, il corpo villoso, la coda, le orecchie a punta e dei tratti somatici caprini, tutte caratteristiche che sottolineano la sua natura selvaggia. Viveva in Arcadia e soleva spaventare i viaggiatori lungo il loro cammino: la parola “panico” deriva proprio dal suo nome. Può essere talvolta raffigurato nel seguito del dio Bacco assieme a satiri, menadi, Sileno e Priapo.
Il suo attributo più frequente è lo strumento musicale chiamato siringa o, appunto, flauto di Pan. Siringa era una ninfa di cui il dio si era innamorato follemente, non ricambiato. La giovane, per sottrarsi alle sue insidie, implorò le Naiadi, le ninfe dei fiumi, di aiutarla: si ritrovò così trasformata in una canna palustre. Pan, pur di poter avere la sua amata, colpito dalla bellezza del suono che produceva il vento tra le canne, ne prese alcune, le tagliò secondo uno schema digradante e le unì legandole tra loro con una cordicella.

Simbolo della potenza virile e della forza generativa maschile, Priapo era caratterizzato da un fallo spropositato e rivestiva il ruolo di antico dio della fertilità, preposto anche alla guardia di orti, vigne, frutteti e giardini, e protettore di api e armenti. Divinità originaria dell’Ellesponto, fu venerato sia in Grecia, dove il culto fu introdotto da Alessandro Magno, sia nell’antica Roma. Alcune fonti lo descrivono come figlio di Afrodite e Dioniso, altre lo vogliono figlio della dea dell’amore e del fedifrago Zeus. Il gigantesco membro sarebbe infatti una punizione inflitta a Priapo da Era per il tradimento del marito.
Fu lo stesso dio a richiedere il sacrificio di un asino durante le celebrazioni del suo culto, per vendetta. Il raglio dell’animale aveva infatti svegliato la ninfa della quale Priapo avrebbe voluto abusare.

L’ermafroditismo, la condizione per cui una persona riunisce in sé aspetti sia maschili che femminili, era anch’esso oggetto di raffigurazione. Prende il nome da un mito greco, ma di origine orientale, con protagonista il figlio di Ermes e Afrodite, Ermafrodito. Una delle ninfe di Diana, Salmace, lo sorprese a fare il bagno in un lago e, innamoratasene follemente, provò senza successo a conquistarlo. Nonostante i suoi rifiuti, la fanciulla abbracciò Ermafrodito e implorò gli dei di poter restare per sempre unita al suo amato. Fu così che il corpo della ninfa si fuse con quello del giovane che da quel momento presentò contemporaneamente caratteri sia maschili che femminili. Ermafrodito ottenne dagli dei che da quel giorno chiunque si fosse immerso nelle acque di quel lago avrebbe subito la stessa trasformazione.

Nudi, infine, erano raffigurati i Giganti, esseri indomabili e colossali, generati da Gea e dal sangue sgorgato dai genitali di Urano, evirato dal figlio Crono. La madre invocò il loro aiuto per liberare i Titani, altri suoi figli segregati da Zeus nelle profondità della Terra. La lotta che ingaggiarono con gli dei prese il nome di Gigantomachia. Essi riuscivano a scagliare enormi macigni a mani nude, e per raggiungere la vetta dell’Olimpo furono in grado di accatastare due montagne una sopra l’altra: la loro forza pareva essere invincibile anche per gli dei. Gea, infatti, li aveva resi ancora più potenti grazie ad una pianta che donava l’immortalità. Soltanto le ferite inferte da un mortale sarebbero risultate letali, così Zeus chiamò a combattere al fianco degli dei suo figlio Eracle (o Ercole), un mortale, e grazie al suo aiuto i Giganti furono sconfitti. Il mito narra che il corpo di uno di essi, Encelado, fu segregato dalla dea Atena sotto la Sicilia. Le eruzioni dell’Etna sarebbero il respiro infuocato del gigante, e i terremoti il suo agitarsi sotto la terra.

Civilizzata!

Nell’antichità, la figura umana forte, vigorosa, virile e nuda trasmetteva il concetto di eroicità. Il nudo veniva idealizzato perché a un fisico aitante e ben scolpito si associava la possibilità di disputare vittoriosamente battaglie o gare sportive (nella Grecia antica si gareggiava nudi). La nudità eroica di un corpo tendente alla perfezione era quindi un vero e proprio ideale a cui l’uomo doveva aspirare. Sono dunque frequenti le raffigurazioni di dorifori, discofori, pentatleti, ma anche di divinità dal corpo perfetto.

Zeus, la divinità per eccellenza, il re di tutti gli dei, mostra il suo perfetto corpo nudo nella rappresentazione di numerose battaglie, ma anche in occasioni molto più piacevoli ed eccitanti. Un amore di Zeus fu il bellissimo Ganimede, figlio del re troiano Troo. Il giovane fu rapito da un’aquila, secondo alcuni inviata dal dio, per altri incarnazione di Zeus stesso, e condotto sull’Olimpo dove assunse il ruolo di coppiere degli dei. Per questo motivo molto spesso Ganimede fu raffigurato (nudo) sul dorso dell’animale o tra i suoi artigli, con un’anfora di vino in mano, o vicino a Ebe (per i latini Iunventus), ancella dell’Olimpo e poi, una volta sostituita da Ganimede, moglie di Eracle (Ercole).Tra le tante donne di cui Zeus si invaghì ci fu invece Leda, figlia del re dell’Etolia e moglie di Tindaro, re di Sparta. Il dio la vide intenta a rinfrescarsi nelle acque di un fiume e decise di avvicinarsi a lei con le sembianze di un cigno. Avvoltala in un abbraccio, la mise incinta. Leda avrebbe poi partorito uno o due uova da cui sarebbero nati i gemelli Castore e Polluce (i cosiddetti Dioscuri), Elena (la futura causa della guerra di Troia) e Clitennestra, ma in base alle fonti cambiano le notizie sulla paternità dei figli, attribuita in vario modo a Zeus e a Tindaro.

Legittimata!

Nell’arte antica, era molto più difficile rendere accettabile la nudità femminile rispetto a quella maschile. Il concetto di eroismo degli atleti e dei guerrieri non poteva essere trasferito anche sulle delicate e morbide silhouette delle donne. Oltre alle rappresentazioni delle dee della fertilità, sembra accettato solo il nudo legittimato dal contesto, quello cioè delle cure di bellezza che le fanciulle, ma anche le dee, praticavano nel chiuso della propria dimora, al riparo da occhi indiscreti.

Afrodite (o Venere per i Romani), dea della bellezza, dell’amore e della fertilità, è spesso rappresentata appena emersa dal mare (Afrodite Anadiomene), dove nacque dalla spuma delle onde prodotta dai genitali di Urano, recisi e gettati fra i flutti. La dea, adagiata su una conchiglia, arrivò prima a Citera e poi a Cipro, che divenne uno dei suoi maggiori luoghi di culto. Un altro contesto in cui Afrodite è tipicamente raffigurata nuda è mentre si appresta a fare il bagno (Afrodite Pudica).

Impudente!

Una divinità come Afrodite tuttavia trova posto anche in un’altra sezione, quella denominata impudente. Si tratta della sfera del nudo più erotica e passionale, quella che soddisfa la curiosità voyeuristica e che porta fino all’amplesso. Tra lucerne con scene lussuriose ed ex-voto che celebrano la soluzione di qualche problematica sessuale, si erge una bellissima Afrodite Callipigia (“dalle belle natiche”) che maliziosamente ammira, e lascia contemplare anche a chi la osserva, il suo perfetto fondoschiena.

Afrodite sposò Efesto (Vulcano), che tradì ripetutamente con Ares (Marte), dal quale ebbe numerosi figli.
Tra gli amori della dea si contano anche Adone, di cui si era follemente innamorata senza essere corrisposta, perché graffiata per sbaglio dalla punta di una freccia di Eros; Anchise, con cui genererà Enea, futuro capostipite dei romani; Ermes, dal quale avrà Ermafrodito.

Innocente!

L’ultima delle ragioni per rappresentare il nudo nell’arte antica è quella di sottolineare l’innocenza che contraddistingue i bambini. Tutti nasciamo nudi e lo stato infantile è caratterizzato da un’idea di purezza e candore, che spesso si affianca anche al concetto di vulnerabilità. Anche i figli degli dei venivano mostrati nudi, non solo giovanissimi, ma anche alle soglie dell’adolescenza, un momento in cui coesistono l’originale innocenza e le premesse per divenire un dio valoroso e magnifico. Arpocrate, figlio di Iside e Osiride, Apollo, figlio di Zeus e Leto, ed Eros, sono divinità bambine spesso rappresentate nude.

La nudità di Eros (detto anche Amore o Cupido) non è indice solo della sua genuina fanciullezza, ma anche della purezza dell’amore nel suo stato originario. Suoi attributi sono le ali, la faretra e le frecce, che scoccava indistintamente contro uomini e divinità. Chiunque veniva colpito dai suoi dardi dorati (quelli di piombo provocavano repulsione) cadeva in preda di un folle amore.
Divinità primordiale o, più comunemente, figlio della dea dell’amore Afrodite e del dio della guerra Ares, Eros è spesso raffigurato bambino perché per lungo tempo smise di crescere. Solo quando Afrodite gli regalò un fratello, Anteros (simbolo dell’amore reciproco, che cresce perché ricambiato), egli riprese la sua crescita e quindi talvolta è descritto come un bellissimo giovane.
Celebre è la storia di Eros e Psiche, che non si trova in un mito, ma in una favola di Apuleio del II secolo d.C.
Afrodite, gelosissima della bellezza della principessa Psiche (“anima”), mandò Eros dalla fanciulla affinché la facesse innamorare di un uomo insignificante. Il dio però si innamorò di lei, la condusse nel suo palazzo, e le promise che sarebbe andato a trovarla al buio ogni notte se lei non avesse cercato di scoprirne l’identità. Psiche, spinta dalla curiosità e dalle sorelle invidiose, una sera si avvicinò a Eros addormentato con una lucerna. Una goccia d’olio però cadde sul dio, svegliandolo. Lui, infuriato, abbandonò la fanciulla e fece sparire il palazzo. Psiche iniziò a vagare per tutta la Terra nella speranza di ritrovare il suo amato, affrontando una serie di prove che Afrodite le chiese di superare. Eros, vinto dall’amore e dalla nostalgia, chiese a Zeus il permesso di sposare la sua innamorata, che fu condotta così sull’Olimpo. Dall’unione con Eros nacque la figlia Edoné (o Voluptas, nella mitologia romana), una dea dall’incredibile bellezza, incarnazione del piacere sensuale.

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